Thursday, September 21, 2017
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Riflessioni di un’aostana trasferitasi in Oltrepò pavese – 7 I Dioscuri – Il Castore

Prima di fare l’educatrice ho lavorato come drammaturga. Il quel periodo ho scritto un testo sul Cristo delle vette – la statua di bronzo del Gesù benedicente che nel 1955 venne posta sulla sommità del Balmenhorn. Ho iniziato ad andare per monti da bambina, ma all’alta montagna, alle cime, ai quattromila metri, ho pensato per la prima volta solo allora. Mettendo in fila le parole per quel testo, immaginando la salita degli alpini che portarono gli undici pezzi della statua fino a quei quattromilacentosessantasette metri, mi è nato il desiderio di oltrepassare la mia quota massima e varcare la soglia del regno di rocce e ghiacciai. Era il 2008.

Capita talvolta che i sogni che abbiamo dentro incontrino un elemento nel mondo esterno. È successo così che, diversi anni dopo, il mio desiderio di salire a vedere il Cristo delle vette ha incontrato Stefano.

20815033_1730084717292723_528550484_nQuando l’ho conosciuto, Stefano frequentava il corso per diventare guida alpina. Non aveva ancora terminato quel percorso, e ho aspettato che lo concludesse. Per quell’istintiva misteriosa risonanza che alle volte sentiamo tra noi e un’altra persona, mi è stato subito chiaro che sul Balmenhorn mi avrebbe accompagnata lui.

Ci siamo saliti l’estate scorsa, partendo dal Mantova e passando prima da Capanna Margherita.

Ho provato allora quella sensazione che sempre provo in montagna, di non avere più nulla e di non essere più niente, moltiplicata all’ennesima potenza – un valore massimo assoluto. Ho sperimentato allora quella particolare condizione in cui esistono solo i bianchi e gli azzurri, gambe e schiena e mani, il suono dei ramponi e dei bastoncini, la gioia di essere viva e di essere lassù, la pace. Una sorta di stato di grazia.

Non sarei voluta scendere più. Sarei voluta rimanere lì – un minuscolo inutile puntino nell’immensità grandiosa della montagna – a vedere solo bellezza, a sentire solo bellezza.

Con un po’ di ritardo, finalmente ho soddisfatto la curiosità di vedere la statua sulla quale avevo scritto un testo, ho visto ciò che scrivendo avevo immaginato, ho realizzato quel desiderio che per otto anni mi aveva fatto il solletico, tirato i capelli, accarezzata. Ho pensato, inizialmente, di aver messo un punto. Ma presto ho compreso di aver invece soltanto appena iniziato. Il ricordo di certe emozioni che non si possono nominare e di certi paesaggi straordinari ha generato nuovi desideri.

Sicché quest’estate, un anno dopo, sono andata con Stefano a visitare i dioscuri.

21439340_1737617723206089_1727389028_oSaliamo in vetta al Castore partendo dal rifugio Sella, in un’alba chiara e tiepida, dopo alcuni giorni di nevicate. Pian piano il sole si alza e la giornata si azzurra, si illumina, si scalda. Il cielo è sereno e non c’è vento. Sotto i nostri piedi la neve è nuova, soffice, candida.

La gita al Castore è una passeggiata alta, che mette stupore e insieme allegria. Un piacere facile, che meraviglia e alleggerisce. La chiarezza intorno – gli azzurri così azzurri, i bianchi così bianchi – mi pacifica. Anche se quella pacificazione la sentirò solo dopo, solo al rientro a casa, anticipata un po’ nello stordimento della discesa.

Il primo dei dioscuri è una montagna morbida, accogliente, splendida. Dalla vetta vediamo il Brehitorn occidentale, centrale e orientale, la Roccia Nera e infine il Polluce – la nostra meta dell’indomani…

Lo guardo, il gemello minore del Castore, appena lì sotto, sulla sinistra. “Domani si corre” mi dice Stefano.
Orlanda Furiosa

 

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