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Arête du Doigt e Pointe Percée: cannelures, verticalità e râteaux de chèvre

Una Paese diverso, per una gita diversa da tutte quelle che abbiamo fatto quest’estate. Sabato scorso, ci siamo trovati all’alba, anzi, anche prima dell’alba per andare in Francia. Direzione Chaîne des Aravis, obiettivo la Pointe Percée, una montagna alta 2.752 metri, che deve il suo nome a un buco vicino alla vetta.

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Il buco vicino alla vetta che dà il nome alla montagna

Nonostante qualche problema con la strada, Erik, Roberto e io arriviamo al Col des Annes negli orari che c’eravamo prefissati: parcheggiamo la macchina e iniziamo a camminare lungo il sentiero verso il rifugio Gramusset. Le indicazioni danno due ore di marcia, ma i miei due compagni attaccano subito decisi e,nonostante le mie lamentele per il ritmo troppo incalzante, siamo lì in meno di un’ora.

Dal rifugio in avanti mettiamo finalmente piede sulla roccia della montagna. E’ calcare ed è davvero strana. Vista da lontano sembrava quasi un ghiacciaio: di un colore grigio chiaro, in alcuni punti tendente all’azzurro, e solcata da spaccature longitudinali somiglianti a crepacci, dette “cannelures“, si distende a perdita d’occhio.

Passiamo l’attacco della via normale e arriviamo alla base dell’arête du Doigt, la via che dobbiamo scalare. Sì, scalare, perché oggi non si tratta di camminare per ore, di mettere i ramponi o di destreggiarsi nel misto. Oggi si scala, a quanto dicono le relazioni, che la classificano come D (difficile), dal quarto grado, fino a passaggi di sesto.

pointe-percee-07Togliamo gli scarponcini per mettere le scarpette da arrampicata, meno comode, ma sicuramente più performanti. Roberto apre la strada e mette i rinvii nei pochi chiodi che attrezzano la via, ce ne sarà uno ogni dieci metri o giù di lì. Insomma, rispetto all’arrampicata in falesia è tutta un’altra storia.

Quando siamo assicurati alla sosta, partiamo anche Erik e io. E’ da gennaio che non arrampico, i primi movimenti mi vengono difficili. Non c’è ancora il sole e la roccia gelida rende tutto più complicato. Fortunatamente i passaggi impegnativi sono più avanti, ho un po’ di tempo per riprendere confidenza.

Saliamo abbastanza velocemente i primi due o tre tiri e arriviamo al Doigt, uno spunzone di roccia alto meno di dieci metri: decidiamo di aggirarlo per non perdere tempo inutilmente. Dopo un lungo traverso e un altro tiro abbastanza verticale, arriviamo su una cresta affilatissima. Passiamo un paio di râteaux de chèvre, ovvero dei passaggi che ti costringono a procedere appoggiando le mani sulla cresta e i piedi da un lato in aderenza. Da entrambe le parti, parecchie centinaia di metri ci dividono dal suolo. Guardo giù, non mi fa effetto, forse anche per il fatto che sono legato e rinviato.

Arriviamo al punto più impegnativo: una parete verticale di circa cento metri che ci separa dalla vetta. Il primo tiro è molto tecnico, ma nonostante qualche esitazione, lo superiamo senza grandi difficoltà. Ci fermiamo un attimo in sosta per rifiatare, prima di affrontare l’altro che pare ancora più difficile.

Saliamo anche quello, con calma e concentrazione, stando attenti a tutti i movimenti e gli appoggi di mani e piedi. Anche questa volta arriviamo alla sosta con un po’ di affanno e di tensione, ma senza grandi problemi. Ci rimangono due tiri per arrivare in cima: un traverso, che superiamo abbastanza agevolmente, e l’ultimo che presenta grandi difficoltà.

Quando sbuco in vetta, su uno spunzone decisamente aereo, mi si apre davanti un panorama formidabile sul Monte Bianco. Ci fermiamo a contemplare il paesaggio intorno a noi, quelle rocce così strane ai piedi delle montagna, la valle verde smeraldo che scende verso Grand Bornand.

pointe-percee-05E’ una giornata meravigliosa e abbiamo appena conquistato una cima da una via davvero impegnativa. Facciamo qualche passo per arrivare alla croce, dove troviamo diverse persone salite dalla via normale.

Prediamo fiato, ci godiamo al sole di settembre, felici per aver fatto ancora un upgrade nella nostra esperienza in montagna.

Scarponcini ai piedi, iniziamo la discesa che non è da sottovalutare perché per i primi duecento metri è molto insidiosa. Arrivati al rifugio, una bella omelette non ce la toglie nessuno!

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